Le teste scolpite da Modigliani nel 1909

In procinto di ritornare a Parigi, Amedeo Modigliani, non scaraventò affatto nei "Fossi" di Livorno quella che era stata la sua opera artistica di alcuni mesi (in origine le sculture - come vedremo - erano cinque). Del resto la propalazione di un episodio che sarebbe nella vita di un artista, pragmaticamente irrazionale tanto da rasentare l'assurdo, si fonda su di una diceria falsa e fantasiosa, ripresa molti anni dopo dallo scrittore rumeno Peter Neagoe, in uno scritto in lingua inglese senza alcuna pretesa di attendibilità storica, ma dichiarato nel frontespizio appunto come "novel" cioè un romanzo, soltanto ispirato con infinite libertà e invenzioni (di dialoghi e situazioni) alla vita di Constantin Brancusi.

Diceria del tutto inverosimile, infine. Moltissimi testimoni difatti attestano che nel 1909, e fino alle distruzioni della guerra, le acque dei Fossi erano limpidissime, anche perché il fondo dei medesimi veniva accuratamente e periodicamente dragato. Sicché se Modigliani vi avesse davvero gettato le sue sculture, le avrebbe di conseguenza esposte in permanenza come in un museo all'aperto. Da aggiungere che, considerati i periodici dragaggi di tutti i corpi estranei, le sculture Modiglianesche da quei canali Medicei sarebbero inesorabilmente finite in mare.

Nella realtà l'artista, invece, considerando il notevole peso (una sola scultura pesa quasi mezzo quintale) e l'ingombro, tali da rendere disagevole e dispendioso il trasporto a Parigi, e contemporaneamente pressato dalla necessità di liberare dalle sue cose il locale preso in affitto, chiese a Roberto Simoncini, un venditore di frutta e verdura che aveva il suo posto di lavoro all'interno del Mercato Centrale, di occuparsi dello sgombero dei locali di via Gherardi del Testa, e di ricoverare presso la sua abitazione le opere di cui si parla in questa pagina. Cosa che Roberto Simoncini fece, portando nella sua casa le cinque sculture e un baule anch'esso abbandonato dall'artista nei locali di via Gherardi del Testa.

In tale baule erano contenuti alcuni libri che avvalorano più che mai l'autenticità delle sculture in questione.

Difatti in uno di questi libri sono contenute alcune annotazioni scritte di pugno da Modigliani. Si tratta di un'edizione Settecentesca dell'Opera Omnia di Virgilio, che la mano di Amedeo Modigliani (come tale riconosciuta da una perizia grafologica espletata da una esperta accreditata presso il Tribunale di Firenze) ha glossato a margine.

Appare ovvio il fatto che il baule, i libri in esso contenuti, e le sculture, siano rimasti sempre nel medesimo contesto spaziale, posseduti gli uni e le sculture da Simoncini prima e da Carboni poi, presso l'abitazione del primo e in seguito presso i locali in cui il secondo ha esercitato il suo lavoro di carrozziere.

Fra questi libri se ne trova poi uno dal titolo "Rettili umani" di Alberto Costa, che appare macchiato in più parti, come se fosse stato sfogliato da chi aveva le mani sporche di colori a olio. In queste si riescono a vedere ad occhio nudo delle impronte digitali e dei capelli. La presenza di un catalogo espositivo del 1898, anno in cui il giovane Amedeo toccò i picchi massimi della sua malattia, trova forse spiegazione in una sorta di expertise di cui abbiamo riscontro in una testimonianza raccolta da Paul Alexandre dalla madre di Amedeo, mediante un epistolario intercorso tra i due dopo la morte dell'artista grazie alla figlia Margherita che fece da intermediaria.

Qui in basso vengono riportati dei flash su questa vicenda, tratti dal libro "Amedeo Modigliani le pietre d'inciampo".

Livorno 1909 - 1938:

Roberto Simoncini, conosciuto a Livorno come "Solicchio" per la sua abitudine di stare al sole durante le belle giornate, tenne con sé fino alla sua morte, avvenuta nel 1938, le sculture che il grande artista gli aveva affidato. Le teneva nel sottoscala del giardinetto della sua modesta casa in via Scali degli Olandesi (Scali Ugo Botti all'epoca), raccontando a chi gliene chiedeva la provenienza, (fra questi, i nipoti Leonetto e Luigi Domenici, e Piero Carboni, cugino e compagno di giochi di questi ultimi) che si trattava delle opere di un artista, arrivato a Livorno proveniente da Parigi, che lo aveva ritratto in un quadro.

 

 

Livorno 1943:

Durante la seconda guerra mondiale, Piero e la sua famiglia erano “sfollati” in Versilia, ma nell'agosto del '43 egli dovette tornare in città, per sottoporsi alla visita medica per essere arruolato. 
La città era semidistrutta dai bombardamenti, specialmente la zona del mercato centrale che era interdetta ai cittadini per la possibile presenza di bombe inesplose, ma anche perchè si paventavano azioni di sciacallaggio. Prima di recarsi al distretto militare, che avevano spostato in via degli Avvalorati (la vecchia sede era stata distrutta dai bombardamenti), Piero si recò in via Mentana per rendersi conto di cosa ne era rimasto della sua casa. Questa era completamente distrutta, quindi proseguì fino ad arrivare nella vicina Piazza XX Settembre a casa di sua zia Adalgisa. L'immobile era intatto, ma la porta era stata sfondata e la casa a soqquadro. Da lì si diresse fino agli Scali degli Olandesi per vedere cosa ne era rimasto della casa dove aveva passato la sua gioventù con i suoi cugini. Anche questa era semi-distrutta e le macerie arrivavano fino alla spalletta del Fosso Reale. In mezzo alle macerie vide una di quelle sculture e cercando ne trovò altre due. Delle altre non vi era alcuna traccia, probabilmente rimasero sepolte dalle macerie. Il suo primo istinto fu quello di metterle in salvo, così le caricò su una carriola e le portò a casa di sua zia Adalgisa, sistemandole nel piccolo terrazzo che si affacciava sul Fosso Reale. Durante queste operazioni venne fermato da due militi, ai quali Piero fece vedere la cartolina del militare e dicendo loro che stava recuperando alcuni suppellettili di famiglia. In seguito, tornato con la famiglia dallo sfollamento in Versilia, chiese alla zia di riprendere le tre sculture. Insieme a queste recuperò il grosso baule di legno del vecchio Simoncini, nel quale erano rimasti soltanto tre libri (dai ricordi di Piero Carboni e di Leonetto Domenici, in quel baule erano contenuti altri libri e un rotolo di disegni eseguiti con una matita rossa e blu).

Livorno 1944 - 1984:

Nel dopoguerra Piero Carboni si ingegnò nella riparazione e verniciatura delle vespe e dei micromotori per poi aprire un'auto-carrozzeria. Nelle varie officine cambiate nel corso degli anni, portò sempre con sé le tre sculture, pur essendo del tutto inconsapevole del loro effettivo valore, ben visibili da tutti i suoi clienti. 
Che cosa spinse Piero Carboni a liberare dalle macerie le tre opere? Per quale istinto, un ragazzo appena diciottenne, di non eccelsa cultura, già avviato a un lavoro modesto, s'ingegnò di procurarsi una carriola, trasportando poi e mettendo definitivamente in salvo queste tre opere, delle quali una rimasta sbrecciata lateralmente e frontalmente? L'ipotesi che il giovane, pur dotato di una certa sensibilità artistica, come sono del resto molti concittadini livornesi, abbia ascoltato il richiamo che emana dalle opere d'arte autentiche, è probabilmente suggestiva, ma con altrettanta probabilità non è lontana dal vero ed è avvalorata da quella passione per il disegno nata in lui sin da bambino, e successivamente da quel modo assolutamente originale di dipingere "a spruzzo" i suoi quadri, passione che sbocciò proprio all'interno delle sue officine, grazie a quella dimestichezza acquisita con quella pistola a spruzzo con la quale verniciava le sue vespe, e in seguito, auto in riparazione.

Livorno 1984:

Nel 1984 venne allestita una modesta mostra di Modigliani a Villa Maria, e fu in quell'occasione che Piero Carboni capì che molto probabilmente, le sculture da lui salvate, potevano essere state scolpite da Amedeo Modigliani. La certezza su questa possibilità prese forza quando vide una foto esposta in questa mostra, dove la via Gherardi del Testa veniva indicata come il luogo dove Modigliani aveva scolpito durante l'estate del 1909. Il giorno dopo Piero telefonò a Vera Durbé (all'epoca conservatrice dei musei civili di Livorno), per spiegarle in breve la sua storia, ma venne liquidato con una volgarità.

 

 

Fece presto Piero a capirne i motivi...


La mostra di Modigliani ebbe uno scarsissimo successo, sia di critica che di visite (al contrario di un'altra mostra che si svolse nello stesso momento..), e per riscuotere maggiori consensi, Vera Durbé, suo fratello Dario (al tempo Soprintendente alla Galleria d'Arte Moderna di Roma), coadiuvati dall'allora amministrazione comunale, decisero di dragare i Fossi alla ricerca delle teste che Amedeo Modigliani, deriso dagli altri artisti livornesi, avrebbe gettato nei fossi nel 1909. 
Gli autori livornesi - ricordiamolo - che hanno raccontato questa storia (primo su tutti G. Razzaguta), collocarono questo episodio nell'ultimo soggiorno dell'artista a Livorno. Allora perché gli artefici della "pesca miracolosa" cercavano quelle del 1909? (approfondimenti al riguardo sono inseriti nelle fonti bibliografiche).

Gli eventi che hanno caratterizzato quella che viene comunemente chiamata "beffa del 1984", vengono ripercorse dall'autore del libro, riportando delle testimonianze INEDITE, derivanti da un colloquio DOCUMENTATO E REGISTRATO intercorso in data 4/10 e 5/10 1992 tra Angelo Froglia e l'avvocato Nino Filastò.

Altri importanti riferimenti sono inseriti nel capitolo delle fonti bibliografiche, perché non tutti - credo - sono a conoscenza delle origini di questa leggenda.


La "beffa" del 1984 mise in ridicolo tutti i "grandi esperti d’arte” i quali attribuirono a Modigliani le sculture fatte da tre ragazzi in vena di scherzi e da Angelo Froglia, artista livornese il cui intento fu invece quello di evidenziare gli aspetti critici del mondo dell’arte e soprattutto gli interessi sottesi che “riescono a far diventare autentiche opere macroscopicamente false”. 
Carlo Pepi, esperto d'arte e collezionista, che al tempo per volere di Jeanne Modigliani (figlia dell'artista) faceva parte degli Archivi Legali, si rese immediatamente conto che le pietre ritrovate erano senza alcun dubbio false, perché prive di quelle caratteristiche tipiche delle opere di Modigliani. Pepi non solo dichiarò false le prime due sculture "pescate" nei fossi, ma anche eseguite da due mani diverse ed entrambe anti-Modigliani. Successivamente fu pescata la terza, ancora più abbozzata delle altre.
Sempre Pepi aveva preso posizione contro la mostra di Villa Maria, dove secondo il suo parere vi erano esposte due opere non autentiche: una scultura (inclusa nelle pubblicazioni del Ceroni e identificata come XIV) e il ritratto a Picasso, ritenuto falso anche da Jeanne Modigliani

Il dissenso di Pepi venne riportato in un articolo dal titolo "chi plaude e chi condanna".

Visto l'incredibile polverone che si alzò dopo l'affaire Modigliani del 1984, Piero Carboni, persona schiva e tutt'altro che affine a certi ambienti intellettuali e politico-amministrativi, intuì che il suo intervento non era stato volutamente preso in considerazione, per cui demotivato, tornò al suo lavoro di carrozziere.

 

 

 

Livorno settembre 1991, e date successive:

Nel 1991 Piero Carboni insieme a Giuseppe Saracino, stilista di moda e antiquario livornese, presentarono alla stampa le tre sculture, raccontando la storia di queste teste ai giornalisti, giunti da ogni dove, che in quei giorni invasero Livorno. Articoli 17/09/1991: 1 - 2 - 3

Nello stesso articolo si leggeva del sequestro di un'intera mostra a Viterbo di 79 disegni giovanili attribuiti a Modigliani, curata da Osvaldo Patani. Questo sequestro eseguito dalla Guardia di Finanza, ebbe origine dall'intervento immediato di Carlo Pepi all'inaugurazione, dove affermò che i disegni erano tutti falsi, o per meglio dire, male attributi : di famiglia sì, ma non di Amedeo


alcuni disegni attributi a Modigliani esposti a Viterbo nel 1991: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 -7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18

 

 

 

 


Le vicende legate al mondo dell’arte che avevano coinvolto gli pseudo "esperti" di Modigliani rimasero ovviamente in silenzio, tutti a parte uno, Carlo Pepi il quale, nel frattempo (1990), si dimise dagli Archivi Legali Modigliani lasciando anche la Casa Natale dell'artista che aveva fondato e diretto.


Pepi dichiarò di essere stato colpito dalle sculture salvate dal Carboni, opere che ebbe occasione di vedere in diapositiva presso lo studio di un avvocato a Livorno, ma non intendeva esprimerne un giudizio finché non le avesse materialmente viste. 
Così venne portata la scultura più danneggiata a casa di Carlo Pepi, che anche in quell'occasione non espresse nessun tipo di giudizio, in quanto si trattava appunto di un'opera danneggiata. Così chiese al Carboni di lasciargliela per poter ricostruire con lo stucco le parti mancanti e studiarne quindi l'intero corpo seppur in piccola parte ricreato. Il giudizio del critico d'arte uscì sui giornali il giorno dopo. 
articoli: 1 - 2 - 3


Qualche giorno dopo, Pepi ebbe modo di vedere le altre due sculture e di rafforzare il suo giudizio positivo su tutte e tre, stilando un certificato di autenticità.
articoli: "sfido il mondo questo è Modì"+ ( 1 - 2 - 3 - 4 ) + ( 1 - 2 - 3 )


Le ricerche effettuate per raccogliere gli elementi necessari a ricostruire la storia delle 3 sculture, portarono a numerose testimonianze di persone che avevano visto quelle sculture nelle varie carrozzerie del Carboni già negli anni '50; tra queste quella di uno dei due poliziotti che lo aveva fermato mentre con una carriola trasferiva le sculture nel 1943. 

Nel mese di marzo 1992, visto che i "cosiddetti" esperti non si facevano vivi, vennero chiesti i moduli per l'esportazione di una scultura alla Soprintendenza di Pisa in modo che lo Stato si pronunciasse. Tutte le vicissitudini, denunce ecc.. contro questa Amministrazione, sono riportate minuziosamente e cronologicamente all'interno del libro.


Nel 1992 venne eseguita una perizia calligrafica da un'esperta del Tribunale di Firenze su delle glosse a margine di uno dei libri (l'Opera Omnia di Virgilio edizione del 1726) salvato insieme alle teste, comparandole con delle lettere autografe di Modigliani scritte in diversi periodi. Il 10 settembre 1992 arrivò la risposta dell'esperta incaricata, attraverso una dettagliata relazione (15 pagine) il cui esito è che si trattava, senza ombra di dubbio, della grafia dell'artista livornese, confermando la convinzione espressa da Pepi appena ebbe modo di vedere tali iscrizioni. 

 

 

 


Nell'agosto 1993 arrivarono a Livorno Wayne Vesti Andersen, professore di storia, teorica e critica d'arte presso il Massachuttes Institute of Technology (M.I.T.), considerato il massimo esperto mondiale di Cezanne, Gauguin e di scultura del '900, e James Beck professore di storia dell'arte presso la Columbia University di New York e presidente di Art Watch International, i quali, dopo una serie di esami, si espressero positivamente sull'autenticità delle tre teste.
Vennero inoltre registrate dai Carabinieri di Livorno, dodici nuove testimonianze di persone che avevano conosciuto Roberto Simoncini; una di queste fu in grado di indicare esattamente dove egli aveva il suo posto di lavoro all'interno del Mercato Centrale. Sempre a questa persona venne fatto vedere il quadro de "Il mendicante di Livorno", e nella persona ritratta riconobbe proprio lui: Roberto Simoncini detto "Solicchio".


Nel settembre 1993 a Palazzo Grassi (Ve), venne allestita una mostra di oltre 400 disegni di Modigliani fino ad allora inediti, provenienti dalla collezione del dr. Paul Alexandre. Tra questi Pepi ne riconobbe tre che avevano delle caratteristiche inedite e che si ritrovavano nelle tre sculture salvate da Piero Carboni, come aveva previsto e dichiarato all'Ansa e riportato su alcuni giornali. Gli Archivi Legali Modigliani e Osvaldo Patani, invece, mossero dei dubbi sull'autenticità delle opere di Alexandre (Corriere della sera 14 gennaio 1993). La mostra di Venezia fu fondamentale per la ricostruzione della storia dell'artista, spesso avvolta nel mistero e nella leggenda, specialmente durante i suoi soggiorni a Livorno. I motivi di questa affermazione si ritrovano nelle fonti bibliografiche con accenni alla "beffa" del 1984.

Inoltre un numero così consistente di disegni autentici, metteva in ombra - o forse sarebbe meglio dire ridicolizzava - la miriade di falsi distanti anni luce dal segno inequivocabile del grande Modigliani..
articolo: 1 + libro-catalogo Alexandre + ( 1 - 2 - 3 )


Il 24 ottobre 1993, arrivò a Carlo Pepi una lettera scritta dal prof. Enzo Carli, il quale riteneva più che attendibile la paternità a Modigliani delle sculture Carboni. In questo importante documento (riportato per la prima volta all'interno del libro), Enzo Carli si complimentava con Pepi per il suo intervento alla mostra di Viterbo, e spiegava anche il motivo che lo trasse in inganno nel 1984.


Il primo settembre 1994, viene conferito a Carlo Pepi la nomina di direttore della sezione falsi e contraffazioni dell'Associazione Art Whatch International per il suo lavoro svolto per la tutela delle vere opere d'arte e per il suo impegno nella lotta contro i falsi e i falsari.


Il 13 ottobre 1994 uscì su La Nazione un articolo nel quale si dichiaravano false le tre sculture, nonostante il fatto che l'esperta incaricata dalla Soprintendenza Speciale di Roma ne avesse vista soltanto una, quella depositata alla Soprintendenza di Pisa.
articoli: 1 - 2


Il 5 settembre 1995 vennero sequestrate a Piero Carboni le due sculture in suo possesso dai Carabinieri giunti da Roma. Dell'altra testa, custodita da Saracino, si perse ogni traccia, poiché quest'ultimo fece in modo da non farla trovare. 


Nel giorno di Pasqua del 1998 muore stroncato da un infarto Piero Carboni. Non avrà il tempo di vedere riconosciuta la verità che lui cercava nelle Istituzioni. 


Il 18 settembre 1998 venne smascherata dalla Guardia di Finanza una vasta associazione a delinquere finalizzata alla commercializzazione di opere false e contraffate. A fare scattare questa operazione "Operazione Modì" fu il caso di un imprenditore che acquistò un disegno per 40mil di Lire come opera di Modigliani. Non convinto di questo acquisto, l'imprenditore si rivolse a Carlo Pepi per chiedere un suo parere, il cui esito fu che si trattava di un falso.


Il 14 dicembre 2000 segna l'inizio del processo nei confronti di Giuseppe Saracino, a cui venivano imputati gli stessi reati che a Carboni (la cui posizione venne stralciata essendo deceduto), e a Carlo Pepi, per aver autenticato le tre sculture: PER AVER ESPRESSO UN PARERE POSITIVO CIRCA LA PATERNITA' A MODIGLIANI DELLE TRE SCULTURE! In un paese "normale" i cosiddetti "esperti" che si pronunziarono positivamente sulle sculture "pescate" nei fossi, avrebbero dovuto ricevere lo stesso trattamento.. invece rimasero comodamente al loro posto, anzi, alcuni di loro avanzarono di grado e quindi di prestigio, e l'unico a rimetterci fu Dario Durbé che venne destituito dall'incarico di Soprintendente.
Le cinque udienze vengono riportate nel libro in forma sintetica, grazie alle trascrizioni dei verbali fino alla sentenza definitiva (riportata per esteso) che vedrà accolta la richiesta della difesa e dell'ACCUSA, concludendo per l'ASSOLUZIONE in formula piena degli imputati. 




L'autunno del 2007 segna la fine della causa civile tra gli eredi per la proprietà delle sculture che vengono così dissequestrate. Questo accordo comprende anche la terza testa, riconsegnata da una parente del defunto Saracino.

Estratto dal programma TV "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli "Il mistero di Modì"