Amedeo Modigliani 1909

Era un giorno d'estate del 1916 quando buttò la cima un altro nato a Livorno, anche lui venuto da Parigi, che faceva acqua da tutte le parti.
Aveva il viso tondeggiante, la testa rasata come quella d'un evaso sì e no coperta da un berretto cui era stata strappata la visiera, giacchettina di tela e camicioletta scollacciata, pantaloni tenuti da una funicella legata alla vita e, ai piedi, le spardegne.
Altro paio di spardegne ciondolavano da una mano. Disse che era tornato a Livorno per amore della torta di ceci e di quella economica e comoda calzatura. Poi aggiunse:«Si beve?»; e chiese un assenzio. [...]
Mangiato la torta di ceci, calzato le spardegne, bevuto l'assenzio, Amedeo chiamato «Dedo» domandava un capannone e delle pietre per lastricare le strade, onde pensammo a qualche impresa urbanistica oppure a esercizi di sollevamento pesi.
Invece si trattava che «Dedo», partito pittore, tornava anche scultore, e faceva vedere delle riproduzioni di teste lunghe con certi nasoni, tutte ugualmente tristi. [...]

Poi come nebbia si dileguò, non senza prima chiedere dove poteva collocare le sculture che sembra avesse prodotte. Buttale nel fosso, gli fu consigliato. (Da G. Razzaguta, Virtù degli artisti labronici, Livorno, 1943, p.175)

Nessuno degli autori livornesi che hanno scritto delle pubblicazioni su Modigliani parlano di un Modigliani scultore nel 1909, bensì durante il suo ritorno successivo, in cui veniva collegata la leggenda, ormai famosa dopo il 1984, che vede Modigliani assecondare il consiglio degli "amici" artisti livornesi di gettare le sue sculture nei Fossi Medicei.

Il primo a trascrivere questa storia fu nel 1943 Gastone Razzaguta (1890-1950), lo seguì nel 1954 Silvano Filippelli (1919-1977) e poi ancora Aldo Santini (1922-2011) come si evince leggendo le sue pubblicazioni del 1984 e 1987. Gli autori Filippelli e Santini, ovviamente, non potevano aver conosciuto Modigliani (1884-1920), infatti non fecero altro che riportare quando scritto da Razzaguta anticipando l'episodio di un anno.

Ma se Razzaguta assicurava che questo episodio delle teste gettate nei fossi era accaduto nel 1916, perché gli artefici della "pesca miracolosa" cercavano le teste che Modigliani avrebbe gettato nei fossi nel 1909?


Alla risposta, carica di inesorabile ironia toscana: -"Buttale nei fossi!"-, si deve - forse - la leggenda metropolitana che nel 1984 aprirà la strada a una delle più assurde e oscure falsificazioni della storia dell'arte.

Questo sito ha come scopo quello di ripercorrere le tappe di quella che forse impropriamente viene denominata "beffa del 1984", ma soprattutto riportare alla luce un'altra storia, quella delle tre teste note dal 1991, quando per la prima volta fu resa nota pubblicamente la loro esistenza. Una storia, quest'ultima, che riporta in vita Modigliani a Livorno dopo il primo soggiorno parigino: 1909 come la datazione incisa su due delle tre sculture salvate da Piero Carboni, la persona che nel 1943 le salvò tra le macerie della casa dei suoi parenti, semi distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

I contenuti di questo sito sono tratti dal libro "Amedeo Modigliani le pietre d'inciampo"