L'uomo Modigliani

di Fabrizio Winspeare, da "Rivista di Livorno", anno IV. luglio-agosto 1954

Giusto settant'anni fa, in un giorno di Luglio del 1884, nasceva a Livorno Amedeo Modigliani. Nasceva da una famiglia di banchieri decaduti che, ai bei tempi, erano stati sostegno e aiuto di principi e di cardinali. La madre, donna intelligente e spirituale, era d'origine francese e discendente, sembra, di Spinoza. Fratello maggiore di Amedeo fu Giuseppe Emanuele, Menè, il deputato socialista da lui tanto diverso nell'aspetto fisico e nel carattere; imponente e irruente quanto Amedeo era delicato e riservato. Ma avevano in comune tutti e due la gentilezza di cuore e la delicatezza di sentimento, sicché tutti e due furon portati, per diversissime strade, a inseguire un altissimo ideale che fu per l'uno un sogno d'arte e per l'altro un sogno di fratellanza e di giustizia umana. Amedeo, da ragazzetto, fu uno scolaro come tutti gli altri. Iniziò regolarmente gli studi ginnasiali ma non poté portarli in fondo. La salute delicata e il corpo gracile richiedevano cure lunghe ed attente. Parve che ci fosse "qualcosa" ai polmoni e i medici gli prescrissero il clima meridionale. A quindici anni o poco più, eccolo a Capri e sulla riviera Amalfitana. Ma intanto gli si era scoperta la vocazione per la pittura. Tornato a Livorno fa le sue prime armi nello studio di un tardo epigone dei macchiaioli: il Micheli e lì conosce e si lega di un'amicizia affettuosa e che durerà tutta la vita con un altro giovane pittore: Oscar Ghiglia. Con lui intreccia un interessante epistolario dal quale emerge la figura di un giovane (appena poco più che un ragazzo) pieno di un entusiasmo volta a volta fanatico e riflessivo.

Amedeo Modigliani in braccio alla bambinaia


Nell'inverno 1901 scrive da Capri: verrà il tempo di sistemarmi a Firenze e di lavorare, cioè dedicarmi con fede (testa e corpo) a organizzare e sviluppare tutte le mie impressioni, tutti i germi di idee che ho raccolto in questa pace come in un giardino mistico. E nel paesaggio di Capri egli scopre un sentimento onnipresente e indefinibile di sensualità. Sentimento che dominerà poi tutta la sua pittura anche se questa non ritrarrà mai alcun paesaggio ma darà vita a una visione poetica della natura umana. Per lui, abbiamo visto, il lavoro è un atto di fede e insieme di gioiosa dedizione. lo vorrei che la mia vita fosse come un fiume ricco di abbondanza che scorresse con gioia sulla terra. Le lettere al Ghiglia, scritte in quegli anni in cui l'ombra di Zarathustra incombeva su chiunque sentiva in sé il desiderio e la possibilità di emergere dal gregge comune, hanno qua e là qualche inevitabile impennata nietzschiana ma rivelano un carattere aristocratico che ha un culto sconfinato per l'intelligenza e una visione sacra dell'arte.

Oscar Ghiglia

Son di quel tempo i suoi viaggi a Firenze e a Venezia. È di quel tempo l'amore per i primitivi Senesi e per il Botticelli; amore che, trasfigurato, darà vita a tante delle sue creature. Ma il suo istinto di irregolare e la sua irrequieta ricerca di una superiore forma d'arte dovevano fatalmente portarlo là dove, in quegli anni, nascevano e si sviluppavano i germi di tutti i più nuovi e geniali movimenti artistici. E a ventidue anni, nel 1906, eccolo a Parigi. Là nelle boites di Montmartre artisti ignoti o poco noti, ma già destinati a un luminoso avvenire, pervasi, come sempre avviene ai giovani di genio, da spirito rivoluzionario, davan battaglia ai resti di movimenti che, al loro tempo, erano stati anch'essi rivoluzionari. Parnassiani, decadenti, simbolisti, cedevano il passo a orfisti, cubisti, dadaisti, futuristi. In discussioni interminabili, ravvivate dall'eccitante veleno de la verte, l'assenzio, venivan compiute elaborazioni teoriche e pratiche di forme liriche, estetiche e filosofiche. Tra i pittori erano Henry de Groux, Utrillo, Pablo Picasso e il doganiere Rousseau, tra i poeti Max Jacob, Salmon e Guillaume Apollinaire. In questa allucinata compagnia, apparve, bello come un arcangelo, Amedeo Modigliani. Niente di provinciale era in lui, ché la sua inquieta sensibilità lo poneva senz'altro al livello degli scanzonati parigini e gli faceva comprendere la feconda importanza di quel prepotente fermento di idee. Si è detto che apparve come un arcangelo. Le cronache del tempo ce lo descrivono bello, delicato, elegante di una personale eleganza che gli veniva da un vestito di velluto alla maremmana, da un foulard di seta bianca intorno al collo e da un largo cappello di feltro nero da cui sfuggivano disordinate ciocche di capelli biondissimi. Ebbe subito fortuna con le donne, verso le quali egli fu sempre di una scapigliata generosità, tanto da regalar loro, nei momenti di abbandono, moltissimi fra i quadri che andava dipingendo in quei tempi. La sua natura poetica e sensuale lo portò a cercare nell'amore un succedaneo dell'arte e così Parigi incominciò ad esercitare sul giovane pittore quell'opera deleteria che doveva concludersi col suo annientamento fisico. Ché sull'intelletto di Amedeo l'ambiente saturo di magia della Capitale Francese, allora veramente capitale dell'intelligenza Europea, ebbe certo un'incalcolabile, benefica importanza. Che sarebbe divenuto Modigliani senza Parigi? È stato domandato da qualcuno, e si è risposto che, se Modigliani non avesse avuto quel sangue e quell'anima che aveva, nessuno e nemmeno Parigi glieli avrebbe potuti prestare. Parigi glieli riconobbe e glieli rivelò. Oggi si direbbe, con una brutta parola, che Parigi lo valorizzò. Modì si è bruciato a Parigi, ma ne è stato trasfigurato. Modì, così lo chiamavano i suoi amici francesi con un calembour un po' macabro, ché Modì e maudìt si pronunziano allo stesso modo. Maudit, perché il nostro Amedeo, Dedo come lo chiamava affettuosamente la madre, si andava rapidamente modellando secondo il tipo più scapigliato dell'artista di Montmartre. Sensuale, entusiasta, eccessivo, in preda a impulsi talora violenti che contrastavano stranamente con la sua naturale timidezza, fu in breve travolto dai due vizi più inesorabili: l'alcool e gli stupefacenti. Come Rimbaud, anche Modì ebbe la sua saison en enfer dalla quale sortì bruciato. L'assenzio e i liquori, l'oppio, l'haschisch e la cocaina trasformarono il fanciullo dalla testa di Antinoo, entusiasta e pieno di fede, in un uomo dall'aspetto allucinato, facile al sarcasmo e al disprezzo verso gli amici con i quali imbastiva ogni giorno sempre più violente polemiche. Eppure tutti gli volevan bene perché bastava poco per ritrovarlo signorilmente sereno e superiormente distaccato dalle miserie quotidiane. Più degli altri lo amò e lo comprese Guillaume Apollinaire, il poeta solare che aveva pubblicato in quei giorni i suoi Alcools e che, vittima di un destino simile a quello di Amedeo, doveva morire quando la gloria stava per sorridergli. Modigliani lavorava in maniera febbrile ma non era mai contento. Terminati i suoi quadri, li bruciava, li regalava, li distruggeva. Pochi ne salvava e non riusciva a vendere nemmeno quei pochi. Diceva ironicamente: non ho che un solo cliente ed è cieco, perché talvolta, chi sa se per compassione o per un suo fiuto speciale, gli comprava qualche dipinto un malandato vecchietto che, per l'appunto, era di vista assai corta. Modigliani viveva, in quegli anni, soltanto con gli aiuti che gli venivano dalla famiglia: dalla mamma che dava a Livorno lezioni di lingue per aiutare il suo figliolo di Parigi, e dal fratello Menè. Qualche anno fa furon scritte notizie inesatte e indelicate circa un presunto disinteresse della famiglia nei confronti del figliol prodigo che dissipava a Parigi ingegno e salute. Ma a confutare queste notizie, oltre a insospettabili testimonianze di amici, c'è il fatto che per andare avanti ad alcool e a stupefacenti occorrono moltissimi denari. E poiché Modì non guadagnava quasi nulla e non faceva debiti da chi se non dai suoi familiari potevan provenire i soldi necessari alla sua vita senza freni? Gli aiuti che arrivavan da Livorno non potevano tuttavia bastare a salvarlo dalla miseria e dalla fame, non solo perché erano velocemente assorbiti dall'assenzio e dall'oppio, ma anche perché non appena Amedeo li riceveva ne faceva generosamente parte a chi soffriva la fame come lui. Nei giorni di tetra miseria Modì vendeva quel che gli era possibile: indumenti, scarpe, perfino valigie. Ma nemmeno allora perdeva la sua olimpica serenità. Era un compagno gaio anche nei più tristi momenti. Racconta Ubaldo Oppi che un pomeriggio dell'autunno 1913, mentre era a letto dove si era messo per sopportar meglio il digiuno, sentì bussare alla porta. Andò ad aprire e si vide davanti Modigliani. Tra i due si svolse questo dialogo:
- Oppi, comprami questa valigia.
- Ma non ho bisogno di valigie.
- Mi bastano diciotto soldi.
- Ma non ho neanche un soldo, vedi. Stavo a letto perché non ho da mangiare. E i due affamati si guardarono tristemente sorridenti. Modigliani chiuse gli occhi luminosi e grandi, abbassò la bellissima testa e si curvò a raccogliere la valigia. Si rialzò sospirando e nell'andarsene accorato e sommesso fece: alors...

Frattanto, nel 1909, era tornato in Italia. Era il periodo in cui si era dato alla scultura. Scolpiva teste di pietra alla maniera nera, ma voleva aprire uno studio a Carrara per lavorare direttamente in marmo. Venne invece a Livorno e anziché scolpire dipinse una tela famosa: il mendicante livornese. Ma dopo pochi mesi di serena parentesi familiare era di nuovo a Montmartre dove, al Lapin agile o alla Closerie des lilas, arrochiva discutendo di arte e divertendosi ad abbattere con feroci sarcasmi idoli e credenze borghesi. Cominciava ad essere conosciuto e apprezzato ma non vendeva. Si consolava con l'alcool e con la poesia. In una pallida primavera la più grande gioia gli venne da un ciliegio che fioriva in un povero orto suburbano tra palizzate di legno, reti e baracche di latta. Gli piaceva recitare agli amici Dante e Petrarca. Di notte, sulle scalinate del Sacre Coeur o al Moulin de la Galette declamava la Divina Commedia e Oscar Wilde, Mallarmé e Rimbaud che gli era particolarmente congeniale. Una notte d'inverno del 1916 svegliò gli amici Lipchitz, marito e moglie, che erano a letto nella loro mansarda, si installò in una poltrona e tolto da uno scaffale un volume di versi di François Villon cominciò a leggere ad alta voce. Man mano che procedeva nella lettura la sua voce s'innalzava, finché da tutte le parti i vicini cominciarono a battere al muro in segno di protesta, e più protestavano e più Modigliani alzava la voce. I suoi occhi avevano un bagliore strano. La piccola lampada a petrolio proiettava le sue ombre fantastiche, creando un'atmosfera unica. Jaques Lipchitz raccontando la scena conclude: lo serberò per sempre il ricordo di quella notte. Ma le poesie Modì non le recitava soltanto. Negli ultimi anni sembrò sbocciasse in lui perfino il poeta. Tra le sue poche poesie pubblicate ce n'è una dove affiora affettuoso il ricordo della sua città. Comincia:
Risa e strida di rondini Sul Mediterraneo O Livorno!
Pittura e poesia eran per lui due aspetti di un unico ideale artistico tessuto di pura fantasia. Dal 1916 ha inizio il periodo più importante per la sua arte. Par che senta che la vita gli sfugge ed è ansioso di trasmettere agli uomini il suo messaggio. Su un suo disegno scrive queste parole: La vita è un dono dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno. Nel 1917 in un caffè della Rotonde incontra Jeanne Hébuterne, pallida ed esile fanciulla dai profondi occhi celesti. Aveva anch'essa abbandonato la famiglia di borghesi benestanti per vivere il suo sogno di arte. S'incontrarono una mattina. Passeggiarono a lungo per le strade di Parigi, poi Modì la condusse con sé. Il pittore ricaverà da lei i suoi quadri più belli ed essa l'amerà di un amore profondo e immutabile.
Ma l'alcool, la miseria, gli stenti, i veleni che danno i paradisi artificiali, hanno ormai bruciato il giovane artista. La malattia che fin dall'infanzia lo aveva minato torna più minacciosa che mai. Il povero Dedo vede la sua saliva rigarsi di sangue. Gli amici, i parenti lo soccorrono. Egli con la sua Giovanna va a Nizza. Chi sa, lontano dalla città che lo ha innalzato e lo ha ucciso, lontano dal clima di esaltazione di Parigi, forse il tepore del Mediterraneo potrà fare il miracolo. Ed ecco gli nasce una bambina. Non importa la miseria. Ha la sua arte, la sua vita è illuminata da Jeanne e dalla piccola. Ma tornato a Parigi è preso dalla "spagnola", la malattia che in pochi mesi fece più vittime della guerra. Jeanne un giorno lo trova in delirio abbandonato su un divano. Bisogna portarlo all'ospedale. E il 25 Gennaio 1920, poco più che trentacinquenne, Amedeo Modigliani si spenge all'Hopital de la Charité invocando la patria lontana. Cara, cara Italia... furon le sue ultime parole. Il giorno dopo gli amici lo accompagnavano, sotto la neve, al Père Lachaise. Jeanne rimase in casa e quando tutti furon partiti si buttò dal quinto piano giù nel cortile. Il presentimento della fine aveva reso apprensivo Modì, ma lo aveva dotato sempre più di umana comprensione e di carità. Perdonò a tutti coloro che gli avevan fatto del male. E come in vita aveva sopportato gli eventi più duri con serena imperturbabilità, così affrontava la morte. De la boue je m'en vais, desormais je connais la vie, dans un instant je ne serais plus que cendre.

Queste erano le parole che spesso ripeteva Amedeo qualche tempo avanti la morte. Afferma il Venturi che Modigliani seppe trovare un mirabile equilibrio tra le aspirazioni intellettuali e le deviazioni sensuali. Deviazioni sensuali che pur avendolo spesso trascinato in basso non riuscirono mai a corromperlo del tutto. Egli fu, volta a volta, casto e dissoluto. Negli ultimi anni l'irregolare, l'antiborghese Modì sospirava una vita felice in Italia, a Livorno nella sua famiglia. Seppe essere, nella miseria, dignitoso e perfino aristocratico. Fu nobilmente generoso e d'animo delicato al punto che una volta, in un'osteria, scorgendo accanto a sé un giovane affamato e dall'aspetto miserabile, lasciò cadere per terra un biglietto di venti franchi. Poi uscendo, avvertì il giovane di stare attento a non perder soldi. Ma la sua più alta generosità l'ebbe per gli uomini, duri a comprenderlo e ad amarlo. La vita è un dono dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno. E poiché egli fu uno dei pochi privilegiati che hanno in sé innumerevoli ricchezze artistiche e spirituali, ne fece participi generosamente i molti ai quali illuminò la vita con la luce della sua arte.

Eugenia Garsin a Firenze con la piccola Jeanne Modigliani